domenica 8 maggio 2011

I meme: virus della mente


In un post precedente ("Una canzoncina fastidiosa che risuona nelle orecchie? Serve a ricordare") ho citato l'esistenza dei meme :"Chi si occupa di marketing studia infatti le caratteristiche comuni dei tarli per trasmettere memi (concetti che funzionano come infezioni) per vendere".

Ma cosa sono i meme? Proviamo a conoscerli un po' meglio.

L’idea centrale della memetica, protoscienza che studia il fenomeno dei meme, nata da un concetto coniato da Richard Dawkins nel 1976 nel suo best seller “Il gene egoista”, è che esistano delle unità di trasmissione della cultura, che sono chiamate meme (dal greco μίμεμα). Si tratta più esattamente di un’unità di informazione, semanticamente autosufficiente, propria della cultura umana, che ha la capacità di replicarsi da un soggetto a un altro per imitazione volontaria o meno.

In altri termini, i meme sono delle idee che, trasmesse da mente a mente, acquisiscono una sorta di vita autonoma e manifestano una loro caratteristica capacità di diffusione e replicazione.

Esistono pertanto dei meme “forti” cioè con alta capacità di diffusione e replicazione, e meme “deboli”, con scarsa capacità di diffusione e replicazione. Un esempio eclatante di meme efficace in chiave storica è stata l’ideologia nazista le cui credenze si diffusero rapidamente nella Germania tra le due guerre mondiali, come un virus della mente era stato in grado di infettare le menti del popolo tedesco a prescindere dal fatto che fossero idee valide.

Dal punto di vista della memetica, non è importante infatti quanto un’idea sia vera o profonda, ma come e quanto si diffonda e si replichi. La proprietà di un meme di essere trasmesso dipende dalle sue proprietà intrinseche.

Il meme si diffonde principalmente in quattro modi: per condizionamento o per ripetizione, per dissonanza cognitiva, come cavallo di troia o per imitazione.

Se si sente un qualcosa che viene ripetuta sufficientemente con una certa frequenza diventa parte del nostro codice comportamentale. Lo sanno bene i pubblicitari che sfruttano questo fenomeno iterativo concentrando tutta l’efficacia del messaggio nelle poche battute del cosiddetto “claim”, breve frase di effetto (“Vodafone: life is now”, “Grey, ottimo direi”) che fa scattare l’associazione del meme al prodotto da vendere. Questo messaggio induce (e seduce) il compratore che sarà anche inconsciamente portato a credere di non acquistare solo il prodotto in sé, ma anche il valore aggiunto incorporato al prodotto, l’immaginario metaforico che il pubblicitario sarà stato in grado di caricare su quello stesso bene. 

Il meme si diffonde anche per dissonanza cognitiva, nel senso che la struttura razionale della nostra mente ci porta a trovare un senso logico anche in ciò che apparentemente non ne ha, producendo in tal modo altri meme. Davanti a una situazione che non capiamo, siamo portati a “trasformarla” in modo da poterla capire e comunque decodificare e in questo processo di adattamento mentale vengono liberati nuovi meme per ristabilire l’equilibrio che si era rotto con l’in­gresso di un dato non congruente.

La terza modalità di trasmissione è quella propria del cavallo di troia che sfrutta il fatto che il soggetto ricevente abbia una particolare predisposizione per un certo meme (si pensi a una mamma recettiva, in modo selettivo, al pianto di un bambino). Così il cavallo di troia sfrutterà questa situazione per veicolare insieme all’informa­zione-civetta anche altri meme a quella associati.

Il meme si trasmette infine per imitazione e l’imitazione è stata una delle spinte evolutive più efficaci, posto che chi era in grado di maggiormente imitare i propri simili e dunque di aumentare il proprio bagaglio di competenze, ha accresciuto la possibilità di sopravvivenza. Il linguaggio è nato per la necessità di liberare le mani occupate dalla comunicazione gestuale — l’unica un tempo possibile — onde poterle impiegare nella difesa o nell’attacco, coordinandosi nel contempo con il resto del gruppo, anche di notte e a distanza.

Si ipotizza che tutto ciò sia stato possibile per la presenza nel nostro cervello dei cosiddetti neuroni specchio, un sistema che svolge un ruolo fondamentale nell’imitazione codificando l’azione osservata in termini motori e rendendo in tal modo possibile una sua replica. Si pensa infatti che sia stata la progressiva evoluzione di tale sistema, originariamente deputato al riconoscimento di atti transitivi manuali (afferrare, tenere, raggiungere…) e orofacciali (mordere e ingerire…) a fornire il substrato neuronale necessario per la comparsa delle prime forme di comunicazioni interindividuale. Ed è a partire dal sistema neuronale posto sulla superficie laterale dell’emisfero che si pensa si sia evoluto nell’uomo il circuito responsabile del controllo e della produzione del linguaggio verbale. 

La definizione di meme data in apertura è quella più comune, ancorata alla biologia. Esiste però almeno un’altra definizione importante di tipo psicologico, quella di Plotkin secondo cui il meme è un’unità di eredità culturale analogo al gene, l’interna rappresentazione della conoscenza. La memetica applica concetti mutuati dalla teoria dell’evoluzione (in special modo la genetica delle popolazioni) alla cultura umana. Cerca di spiegare fenomeni estremamente controversi, quali la religione o i sistemi politici, usando modelli matematici. C’è tuttavia anche scetticismo nell’utilizzare l’analogia tra meme e gene, soprattutto sulla possibilità di eseguire verifiche sperimentali.

Considerate le caratteristiche di diffusione del meme il suo comportamento è stato paragonato a quello del virus (si parla infatti di virus del linguaggio come scrisse Richard Brodie nel suo libro Virus of the Mind). È naturale pertanto che si sia pensato se è possibile difendersi dal virus creandosi una sorta di vaccinazione mentale (“Si può resistere ai meme?”).


Ho deciso di parlarne perché è un argomento che  ha suscitato in me molto interesse, tanto da spingermi a leggere qualche libro a riguardo (vedi bibliografia sotto) in quanto lo trovo profondamente attuale. Voi che ne pensate a riguardo?

Fonti: Richard Brodie, Virus of the mind, The New Science of the Meme, London, Hay House UK, 2009:
Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia, So quel che fai, il cervello che agisce e i neuroni specchio, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2006

8 commenti:

  1. Non sono molto ferrato su questo argomento, e non saprei dire molto di più di quello che te hai spiegato molto chiaramente.
    Posso solo affermare che, durante la lettura di questo post, le mie reazioni sono state tutte del tipo: "è vero!", "sono d'accordo!", ecc...
    Tendenzialmente uno non si rende conto di quanto siano contagiosi questi meme: c'è bisogno di qualcuno "esterno" che glielo faccia notare; ma se ormai tutti sono stati contagiati...
    L'analogia con i virus mi sembra molto azzeccata! E credo anche che sia particolarmente difficile trovare un "vaccino"...

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  2. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  3. Riscrivo il commento perchè pubblicandolo era sparita una frase e non aveva più senso...chiedo scusa! :) Comunque, questo post è davvero interessante, anche se è preoccupante sapere che un meme è un'unità di informazione che ha la capacità di replicarsi da un soggetto a un altro per imitazione volontaria O MENO! Affascinante anche il tema dei neuroni specchio, ha sempre incuriosito anche me :)

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  4. @Ele Lion: Grazie Ele! Mi fa piacere ti sia piaciuto :-) Aveva incuriosito anche me la faccenda del "virus della mente"... E un po' torna con quello che ci hanno spiegato ieri a lezione circa i trasposoni... anche perchè il meme è stato associato proprio al gene egoista che traspone, non curandosi del danno che potrebbe causare...
    @Fryderyk: interessante secondo me è anche il fatto che il meme, in quanto "virus", si insinua nella nostra mente e sia questo una parola o un concetto, entra a far parte del nostro modo di pensare e della modalità con cui ci rapportiamo al mondo. Una cosa che ho letto nel libro e che mi ha affascinato è il fatto che, ad esempio, quando ci viene nominata una parola per la prima volta (una parola poco conosciuta o che subito ha attirato la nostra attenzione per il suo significato particolare o il suono che produce la sua enunciazione) subito ci sembra di rivederla ovunque: la "notiamo" sui giornali, alla televisione, pronunciata da altre persone... E a quel punto viene scontato chiedersi "Ma perché prima non la notavo?"
    Questo perché in qualche modo il meme, dopo averci "infettato" ha fatto sì che diventasse un argomento/oggetto di nostro interesse e che potessimo riservargli una maggiore attenzione

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  5. è vero! parole che prima non usavamo, o di cui non ne conoscevamo l'esistenza o il significato, appena entrano a far parte del nostro mondo ce le ritroviamo da tutte le parti! oppure ci viene spontaneo di usarle nei nostri discorsi come se fossero sempre state "nostre"! è una cosa che mi ha sempre incuriosito tanto, e anche un po' "spaventato" a volte...
    per esempio, ultimamente sento sempre menzionare la parola "sternocleidomastoideo" (non sto scherzando)... :D

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  6. Post molto interessante, non avevo mai sentito parlare prima d'ora dei meme. Mi ha fatto venire in mente un post che io ho pubblicato recentemente sul viral marketing (http://fantalele.blogspot.com/2011/07/viral-marketing.html). Secondo te, che certamente sei più ferrata in materia, in questo caso vengono sfruttati i meme?

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  7. Ti ho risposto direttamente sotto il post del tuo blog!

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  8. salve, a me interesserebbe molto l argomento per svilupparlo come tesina per l esame di stato. per caso mi potete dare altre informazioni o siti dove trovare altre notizie interessanti a riguardo?

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